
In una casa di riposo o durante una visita a domicilio, si osservano regolarmente persone anziane che tengono gli occhi chiusi, anche durante una conversazione. L’entourage interpreta questo come stanchezza, a volte come disinteresse. Nella maggior parte dei casi, questo riflesso traduce un meccanismo di protezione di fronte a disturbi che l’invecchiamento impone all’occhio, al cervello o all’equilibrio.
Apraxia dell’apertura delle palpebre: un disturbo neurologico sotto-diagnosticato
Quando una persona anziana non riesce a riaprire gli occhi dopo un battito di ciglia, si pensa subito alla sonnolenza. Sul campo, in particolare nelle RSA, questo blocco si ripresenta troppo spesso per essere ridotto a un semplice colpo di stanchezza.
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L’apraxia dell’apertura delle palpebre è una diagnosi distinta: la persona fa fatica a iniziare l’apertura delle palpebre, anche in assenza di spasmo visibile. Non si tratta né di un rifiuto di guardare, né di un blefarospasmo classico. Il meccanismo è neurologico, legato a un malfunzionamento dei circuiti motori che comandano il muscolo elevatore della palpebra.
La confusione con la stanchezza o il disimpegno ritarda spesso l’intervento. Una segnalazione all’oculista o al neurologo consente di porre la diagnosi e, in alcuni casi, di proporre iniezioni di tossina botulinica o una riabilitazione mirata. Questo argomento è documentato in articoli sulla salute di Just Healthy, che dettagliano le cause mediche di questo comportamento.
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Blefarospasmo tardivo e farmaci: una causa che nessuno cerca
In geriatria, l’elenco dei farmaci quotidiani supera spesso la decina di molecole. Tra gli effetti collaterali raramente monitorati, il blefarospasmo tardivo di origine farmacologica rimane un aspetto trascurato.
Alcuni trattamenti, in particolare neurolettici e antiemetici utilizzati a lungo termine, possono provocare contrazioni involontarie e ripetute dei muscoli orbicolari. La palpebra si chiude in modo incontrollabile, a volte più volte al minuto. Il fenomeno, descritto come “blefarospasmo tardivo” nella letteratura neurologica, costituisce un’entità clinica distinta dal blefarospasmo detto essenziale.
Ciò che si osserva concretamente nella struttura di accoglienza
Il residente chiude gli occhi in modo sussultorio, soprattutto alla fine della giornata o in un ambiente luminoso. Il personale sanitario nota a volte un aggravamento dopo un cambiamento di trattamento. Quando si riduce o si aggiusta la molecola in causa, gli spasmi diminuiscono in poche settimane.
Il rischio: attribuire queste chiusure alla demenza o all’apatia senza rivedere la ricetta. Una revisione mirata della terapia con il medico coordinatore o il farmacista della RSA è uno dei primi riflessi da avere.
Secchezza oculare e chiusura notturna incompleta negli anziani
Si sottovaluta quanto la secchezza oculare pesi sulla vita quotidiana delle persone anziane. La produzione di lacrime diminuisce con l’età, la congiuntiva si assottiglia e la superficie dell’occhio diventa vulnerabile a ogni corrente d’aria o illuminazione un po’ intensa.
Il rapporto TFOS DEWS III del 2025 mette in luce un meccanismo spesso ignorato: il rilascio incompleto delle palpebre durante il sonno aggrava la secchezza oculare notturna. La cornea rimane parzialmente esposta, secca, e al risveglio il fastidio spinge la persona a tenere gli occhi chiusi più a lungo durante il giorno.
Segni da individuare nella vita quotidiana
- Rossore persistente al risveglio, con sensazione di granelli di sabbia descritta dal residente o dal paziente
- Battiti di ciglia frequenti e prolungati non appena esposti a una luce naturale o artificiale diretta
- Tendenza a mantenere le palpebre semi-chiuse durante i pasti o le attività di gruppo, anche senza sonnolenza apparente
Un bilancio oculistico consente di misurare la qualità del film lacrimale. Le lacrime artificiali, applicate più volte al giorno, alleviano buona parte dei casi. Per i residenti che non chiudono completamente le palpebre di notte, esistono dispositivi di protezione oculare notturna, anche se i feedback su questo punto variano a seconda della tolleranza di ciascuno.

Visione compromessa e rischio di caduta: perché tenere gli occhi chiusi protegge l’equilibrio
Questo punto sorprende spesso le famiglie. Tenere gli occhi chiusi non è sempre un segno di ritiro. È a volte una strategia inconscia per stabilizzare un equilibrio diventato precario.
Quando il cristallino si opacizza (cataratta) o la retina si deteriora (DMLA), le informazioni visive inviate al cervello diventano contraddittorie. Il pavimento sembra muoversi, le distanze sono mal valutate e il rischio di vertigini aumenta. Chiudendo gli occhi, la persona anziana elimina questi segnali visivi parassiti e si concentra sulle informazioni propriocettive (muscoli, articolazioni) e vestibolari (orecchio interno).
Un indicatore di fragilità da prendere sul serio
I professionisti della salute considerano questa abitudine come un marcatore di rischio di caduta. In pratica, quando si nota che un residente tiene sistematicamente gli occhi chiusi in posizione seduta o durante i trasferimenti, è necessario verificare tre cose:
- La data dell’ultimo bilancio oculistico e lo stato della correzione visiva indossata
- La presenza di vertigini posizionali o di disturbi vestibolari associati
- L’adattamento dell’illuminazione nella camera e negli spazi di vita (luce troppo intensa o al contrario insufficiente)
- I trattamenti in corso che potrebbero alterare la visione o l’equilibrio (psicotropi, antipertensivi)
Regolare l’illuminazione, programmare una consultazione con un oculista e rivedere la ricetta costituiscono i tre leve immediati. Un intervento per la cataratta, quando possibile, riduce significativamente il rischio di caduta e ripristina spesso l’apertura spontanea degli occhi.
Tenere gli occhi chiusi non è mai un gesto banale in una persona anziana. Dietro questo gesto apparentemente semplice, si trovano cause neurologiche, farmacologiche, oculari o posturali che spesso si accumulano. Il primo passo rimane parlarne con il medico curante, senza ridurre questo comportamento a un semplice desiderio di dormire.